Non c’è solo la gestione del potere – quello comunale, s’intende – dietro alla guerra della Lega per imporre il proprio candidato. Fusco, consigliato dai suoi, si starebbe muovendo in prospettiva elezioni anticipate: primo perché stavolta potrebbe essere candidato proprio nel collegio di Viterbo (dove il 4 marzo scorso Forza Italia è risultato ancora il primo partito della coalizione); secondo perché, se venisse dirottato altrove, qui dovrebbe saziare gli appetiti di qualcuno dei suoi che dopo tanto scalpitare chiederà la giusta ricompensa.
Fusco non è un grande esperto di politica – e questo potrebbe essere un vantaggio visti i tempi che corrono – ma una cosa in tutti questi anni l’ha capita benissimo: la gestione di un’amministrazione locale di solito produce consenso alle elezioni politiche, circostanza tanto più vera se si andrà a votare tra pochi mesi, quando la nuova giunta di Palazzo dei Priori non avrà ancora avuto il tempo di sputtanarsi.
Il Comune di Viterbo serve per questo. Ma serve anche per legittimare il suo ruolo di coordinatore regionale del partito: Fusco infatti ha anche capito che fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio. Una cosa è presentarsi come Fusco, altra cosa come colui che ha conquistato nel Lazio l’avamposto leghista più prossimo alla capitale.
Raccontano che il senatore sia ormai talmente entrato nella parte da fare talvolta addirittura battute in dialetto lombardo. Raccontano pure che l’atteggiamento da duro che sta mostrando da quando è stato eletto faccia parte di un copione che viene trasmesso e consigliato dai vertici nazionali a tutti i nuovi quadri dirigenti. Narrano infine che a Viterbo nella cerchia del senatore siano molti quelli che starebbero prendendo l’abitudine di alzare la voce anche nei normali colloqui all’interno della coalizione. D’altra parte, chi mena per primo mena due volte.

