La politica vive momenti bui in Italia, dove non esistono più credi o ideali di fondo. Dopo lo svuotamento degli scrigni novecenteschi, quale sarà la direzione per il futuro?
Costatato che la politica dalla P maiuscola ha lasciato queste latitudini da tempo lasciando spazio ad un nuovo modo di fare, alimentato dalla cattiva informazione della rete, dagli algoritmi, dagli slogan privi di contenuto, dalle risposte semplici ai problemi complessi; e che la si pratica non per fare il bene comune, ma per il bene di sé stessi, ci si chiede dove tutto ciò porterà il Paese.
Impera il trasformismo in Italia. A livello nazionale e ancora di più se si guarda la classe dirigente locale. Qui la politica non è vista come vocazione, ma come lavoro, dunque come mercimonio.
La democrazia prevede che la popolazione elegga i propri rappresentanti proposti dai partiti. Prevede inoltre che l’eletto si impegni a realizzare il programma proposto, il che vuol dire che tra eletto ed elettori si dovrebbe stipulare una sorta di contratto sociale, attraverso il quale mettere in atto le azioni che servono per migliorare la vita del cittadino. Può allora l’eletto, dati questi assunti, andare in una direzione politica difforme o contraria rispetto all’impegno assunto con chi lo ha votato? L’articolo 67 della Costituzione lo permette, ma di certo i padri costituenti non intendevano dare campo libero al trasformismo e al cambio spudorato di casacca. Il punto è che se si calpesta ogni giorno la volontà dell’elettore distruggendo quel contratto sociale stipulato al momento del voto non sia fa altro che allontanare il cittadino dalla politica. Considerazione che vale sopratutto per la classe dirigente locale.
Non si può affidare il voto a certi personaggi in cerca d’autore, la politica è una cosa seria, se non lo si capisce ne rischia il sistema democratico. Un trasformismo come quello attuale è il vero motivo del disinteresse degli elettori: fa male al Paese, fa male alla città, ma fa male anche a chi lo pratica.