La politica come mestiere per chi un mestiere non ha. Accade o per difficoltà oggettiva (penuria di opportunità) a collocarsi sul mercato del lavoro; o per mancanza di capacità; o per responsabilità del sistema, che poi è il sistema creato dalla politica stessa da quando nel 1994, con Berlusconi, l’Italia ha supinamente accettato che al valore del merito subentrasse il principio della fedeltà a un capo con il quale barattare il proprio impegno.
A proposito dei continui cambi di casacca che interessano tutti i partiti, nessuno escluso, si può sintetizzare così l’attuale situazione in provincia di Viterbo, simile, è vero, a quella che vige nel resto del Paese, ma qui, negli ultimi tempi, aggravata dalla presenza di fenomeni localistici molto particolari.
La deriva a livello generale è iniziata nel 1996 con la riforma della legge elettorale, che, spostando i riflettori dai temi alla figura del candidato, ha indirettamente autorizzato quella sorta di libero mercato del voto, meglio detto voto di scambio, contro il quale in teoria tutti gridano, salvo poi praticarlo con imbarazzante sfacciataggine. A ciò va aggiunta l’individuazione stessa dei candidati, di livello sempre più basso poiché espressione della fedeltà al capo e non più delle precedenti dinamiche legate alla selezione derivante dalla militanza sul campo. Sono nati così i sottocapi, i sottocapi dei sottocapi e i sottocapi dei sottocapi dei sottocapi. Il problema è che, in siffatto scenario, tutti si sono sentiti e sentono capi di qualcuno e di qualcosa.
Quelli che un tempo erano semplicemente i militanti di un partito sono diventati in questo modo i pretoriani di questo o quello. E siccome quando uno nasce e cresce nella giungla impara sin da piccolo il linguaggio degli animali, piuttosto che quello degli umani, il risultato è stata l’ascesa di una nuova classe politica, senza arte né parte, popolata di tanti personaggi in cerca di autore sempre pronti a passare con l’uno o con l’altro a seconda del proprio tornaconto personale.
Questo fenomeno nel Pd, vista la maggiore strutturazione del partito, è stato per molto tempo tenuto sotto controllo. Ma dal 2013 in poi anche qui si è rotta la diga. La presa del potere di qualche seconda linea che non vedeva l’ora di scalzare i “vecchi” ha esasperato le pratiche dell’appartenenza e della fedeltà da comprarsi tramite un favore, una raccomandazione o una promessa.
Chiedimi e se stai con me ti do, se non stai con me non mi chiedere nulla, anzi ti avverto: appena posso ti tolgo pure quello che hai. Insomma, vige ormai la legge della foresta: senza nessun rispetto per nessuno, sono tutti prede da far prigioniere per poi salvare se abbassano il capo o eliminare se non lo fanno. Così il Pd, a Viterbo più che altrove, non andrà lontano. Senza un progetto politico, come è stato sinora grazie a chi ha preso il potere negli ultimi anni, lo aspetta una vita breve e malandata.