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Home » Italia » Per una politica di promozione umana

Per una politica di promozione umana

19 Gennaio 2019

di Angelo Allegrini

Il 18 gennaio 1919, da una stanza dell’albergo Santa Chiara di Roma, don Luigi Sturzo assieme a Giovanni Bertini, Giovanni Bertone, Stefano Gavazzoni, Achille Grandi, Giovanni Grosoli, Giovanni Longinotti, Angelo Mauri, Umberto Merlin, Giulio Rodinò e Carlo Santucci divulgò il famoso Appello ai liberi e forti come manifesto del Partito popolare italiano.

Si trattò di un’operazione coraggiosa che metteva insieme diversissime esperienze provenienti dalla vasta rete dell’associazionismo cattolico operante sia nel settore assistenziale di mutuo soccorso e del sindacalismo bianco sviluppatosi soprattutto all’indomani dell’enciclica di Leone XIII, Rerum novarum.

Era coraggiosa perché metteva fine ad una divisione che durava da quasi cinquanta anni, da quando cioè Pio IX con la pronuncia del Non expedit aveva decretato la separazione e la lontananza dei cattolici dalla vita dello stato italiano.

Sturzo e gli altri politici e notabili che costituirono la Commissione provvisoria del nuovo partito di cui primo segretario venne designato proprio il prete di Caltagirone avevano però capito che le cose erano cambiate non solo a Roma ma in tutto il mondo; le ceneri della guerra erano ancora calde e l’inutile strage così come era stata definita da Benedetto XV aveva generato tensioni tali da far si che l’impegno di uomini di buona volontà, per l’appunto moralmente liberi e socialmente evoluti, di quanti nell’amore alla patria sapevano congiungere il giusto senso dei diritti e degl’interessi nazionali con un sano internazionalismo, diventasse tanto necessario da diventare più importante del ricordo dell’offesa portata il 20 settembre 1870 a Porta Pia.

Ora, tornando i nostri tempi, se mi pare adeguato e conveniente che uomini come Giuseppe Fioroni ed altri politici provenienti dalla medesima esperienza culturale e formativa, nella ricorrenza del centenario ne celebrino l’evento per rivalutarne modernità e altezza di contenuto, non mi sorprende affatto che anche quello stesso Nicola Zingaretti che si candida alla segreteria del PD evitando di definire una progettualità che vada oltre la ricorrente e trita nominalizzazione del richiamo all’unità, si accorga – buon ultimo, ma meglio tardi che mai – del valore morale e politico di quell’appello: si tratta però, a guardare bene, di un deja-vu, della usata manifestazione di un pensiero egemone, di tradizione marxista-leninista, abituato a servirsi più di ascari che di alleati, siano essi popolari (come in questo caso) o come in regione Lazio dove si avvale invece dell’appoggio sotterraneo o addirittura dichiarato dei cinquestelle, di civici o dei transfughi del centrodestra proprio come faceva il partito comunista nel dopoguerra nelle finte repubbliche democratiche popolari dell’Europa dell’est con il partito dei contadini.

In ogni caso e comunque vada il congresso del PD, mi pare che il far ricorso a categorie politiche del passato porti con se il rischio del compimento di un’operazione di richiamo dei nostalgici, orientata più ad una mozione degli affetti che ad un’azione utile per il presente.

Se vogliamo trarre insegnamento della lezione della Storia tanto vale che ci si rivolga alla fonte principale.

Sebbene la nascita del PPI abbia segnato un punto importante nella crescita dell’identità futura della Repubblica italiana, non va però dimenticato che quel partito non riuscì ad impedire l’avvento della dittatura fascista non tanto per mancanza di strumenti democratici quanto per i limiti mentali, storici e clericali che ostacolarono un accordo con i socialisti riformisti di Turati che tutelasse in primo luogo la libertà e la democrazia.  

La migliore eredità lasciataci dal PPI non è stata perciò quella di quanto riuscì ad ottenere in Parlamento o nella sua azione pratica nel Paese, ma quella di pensiero, in termini di elaborazione di concetti come decentramento amministrativo, aconfessionalità del partito, assistenza sociale e previdenziale,  libertà economica o europeismo, che venne poi raccolta e dispiegata in una grande azione di governo da parte della Democrazia Cristiana.

Ad essa, alla D.C. dunque, io credo dovremmo piuttosto cominciare a far riferimento, esplicito, nei nostri discorsi, se vogliamo essere chiari ma soprattutto se vogliamo provare a lavorare per ridare al nostro Paese una speranza che vada oltre il machismo razzista o l’incompetenza massimalista di chi intercetta il consenso di larghe fasce di popolazione abbruttita – non dobbiamo dimenticarlo – da una società sempre più sbilanciata ed estremamente carente di offerta occupazionale e da un sistema educativo e morale, privo di coscienza civica, che abbiamo tutti concorso a costruire.

Vero è che il progetto del Partito Democratico fu valido e condivisibile ed io stesso continuo a sentirmi onorato di essere stato il primo segretario provinciale del P.D. di Viterbo. Ma quello era il progetto del PD di Rutelli e di Fassino, di Veltroni, di Fioroni come di Renzi e di tanti altri uomini e donne che credevano in un’Italia diversa e migliore; l’esperienza ci ha consegnato e mostrato una realtà diversa.

Una realtà che ha visto sconfiggere malamente uno dei governi migliori che l’Italia abbia mai avuto come credo che sia stato il governo Gentiloni. Una realtà che ha visto respingere al referendum dal 60% degli elettori un progetto riformista che voleva ridare fiato al Paese e alla nostra economia cominciando a intervenire sui privilegi che sfregiano la nostra comunità.

Una realtà che ha visto una intera classe politica, appartenente al passato e sopravvissuta alla disfatta del comunismo, far quadrato per impedire di proseguire con le riforme e poter continuare così ad alimentarsi dei riti e miti (e patrimoni) del Novecento nel totale disinteresse al buon governo dell’Italia e degli italiani.

Per questo sono convinto che oggi dobbiamo avere il coraggio di ammettere non solo gli errori che ci hanno condotto a far crescere la rabbia e riaffiorare egoismi e razzismi sempre presenti in latenza nell’animo degli uomini e delle donne ma, soprattutto, l’errore strategico di aver inseguito un progetto fatto di idee giuste e sacrosante ma portato avanti con soci, alleati, compari sbagliati il cui unico disegno era quello di subordinarci per poi ritornare sotto l’ala rassicurante della chioccia PDS sebbene sotto altro nome.

Fu l’errore di Martinazzoli, per cui attendiamo magari fra qualche legislatura una Commissione parlamentare di inchiesta che ci spieghi legami e rapporti con lo scandalo di Mani Pulite e con le grandi privatizzazioni delle Partecipazioni Statali, ma è stato anche l’errore compiuto a Viterbo nel 1995 nell’assemblea divisiva della Sala Gargiuli o quello avvenuto a Cinecittà nell’ultimo congresso della Margherita.

Quel che è certo è che pensare ad una situazione di formazioni politiche frazionate e ininfluenti, in una condizione di ripartizione proporzionale che mette insieme tutto e il contrario di tutto, con l’obiettivo di occupare residue posizioni di potere, non è ciò che serve all’Italia.

Non è dunque per interesse personale ma per quello di tutto il Paese che dico che servirebbe che si ricostituisse qualcosa che sia capace di far sintesi dei bisogni degli italiani senza bisogno di far leva sul risentimento e sulla rabbia come stanno facendo non soltanto la Lega o il M5S ma anche altri movimenti e liste civiche che si richiamano a priorità che dividono gli uni dagli altri ma sono solo capaci di promettere e basta.

Quel che serve è l’unione delle risorse migliori della nostra società, dotate di competenza, esperienza e coscienza, che guardi all’orizzonte europeo come baluardo di difesa di diritti e di libertà, civili ed economiche, che lavori per lo sviluppo del Paese e delle sue infrastrutture nel solco della tradizione di rispetto dell’altro, di convivenza pacifica e di solidarietà umana e cristiana che appartiene alla nostra storia.

Fioroni ricorda bene il convegno nazionale su Evangelizzazione e promozione umana indetto a Roma nel 1976 dalla Conferenza Episcopale Italiana perché fu, forse, l’evento più importante della Chiesa italiana dopo il Concilio. Da quel convegno nacque e si sviluppò su impulso di p. Bartolomeo Sorge e della Civiltà Cattolica un movimento che veniva definito per la “Ricomposizione” dell’area cattolica in Italia.

Per noi studenti divenne lo stimolo per portare avanti anche nel mondo giovanile un’idea di cambiamento fedele alle direttive del Magistero della Chiesa sotto lo slogan Per una scuola di promozione umana.

Il padre Sorge scriveva allora che l’emergenza oltre che economica e politica era divenuta prevalentemente culturale e pre-politica e che il vero nodo delle difficoltà stava in un inatteso aprirsi della crisi congiunturale anche a livello culturale. Continuava poi in maniera oggi impressionante per la similitudine che vi si coglie: l’Italia non sta attraversando uno dei tanti momenti di assestamento, ma si trova ad una svolta “epocale”, a un trapasso di civiltà; cioè, in uno di quei momenti della storia in cui sono messi in causa non solo le strutture e le istituzioni, ma i valori.

Perché allora, sulla soglia della pensione, non lavorare di nuovo per una nuova riaggregazione che risponda alle preoccupazioni dei vescovi, di quanti assistono con obbrobrio al disprezzo delle parole del papa anche da parte di molti che si definiscono cristiani, di uomini e donne nati e cresciuti in un paese migliore che non  si rassegnano al fatto di essere amministrati e governati da forze populiste e razziste; perché non impegnarsi da subito, assieme alle forze moderate e centriste che vanno stimolate e incoraggiate, per una nuova politica di promozione umana?

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