Chi inquina non paga. Anche in campo agricolo. Chi paga per tutti, invece, sono quei coltivatori che la natura la rispettano: i produttori biologici. Che spendono di più anche per proteggersi da quanti fanno uso di prodotti chimici. E che nonostante questo, vivono con il rischio costante di perdere il raccolto a causa di una eventuale contaminazione.
Può sembrare un paradosso, ma è quanto emerge dall’ultimo rapporto “Cambia la Terra, così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il pianeta)”, realizzato da Silver Back con i contributi di Isde, Lipu, Ispra, FederBio, Wwf, Legambiente.
“La legge – spiega il documento – impone limiti per i residui di pesticidi nell’ambiente e nei prodotti agricoli ma, di fatto, non vengono effettuati controlli e valutazioni sulla distribuzione di fitofarmaci e fertilizzanti da parte degli agricoltori nei campi e quindi nell’ambiente. Soprattutto nessuno si occupa della somma delle singole contaminazioni e dell’impatto del cosiddetto ‘effetto deriva’ sulle coltivazioni biologiche, le aree naturali e urbane”.
Un problema con il quale devono confrontarsi tutti i giorni anche i produttori biologici della provincia di Viterbo, i cui campi si trovano vicini a quelli di coltivatori che invece fanno largo uso di pesticidi e diserbanti.
“Su ogni etichetta dei prodotti fitosanitari – si legge nel rapporto ‘Cambia la terra’ – vengono correttamente riportate tutte le indicazioni e prescrizioni necessarie per evitare che i pesticidi possano contaminare le aree limitrofe ai campi trattati ma purtroppo manca un sistema di controllo adeguato.
In queste condizioni d’inquinamento diffuso e incontrollato gli operatori bio sono chiamati ad agire assumendo sui loro conti economici: il costo della conversione dal convenzionale al biologico; il costo della certificazione; il costo della burocrazia (ancora più alta che per gli agricoltori convenzionali); il costo della maggiore quantità di lavoro necessaria a produrre in maniera efficace, senza ricorso a concimi di sintesi e diserbanti, e a proteggere il raccolto dai parassiti senza l’uso dei pesticidi di sintesi chimica.
Di fatto i biologici pagano di più per coltivare con un metodo che produce ricadute utili per l’intera collettività; per dimostrare di non essere inquinati; per proteggersi dall’inquinamento che deriva dalla pratica dell’agricoltura convenzionale. Con il rischio di non poter vendere il prodotto come biologico perché l’uso di pesticidi da parte di aziende non necessariamente immediatamente confinanti (magari distribuiti in condizioni meteorologiche non adatte, con mezzi non idonei e senza che siano previste le necessarie distanze di sicurezza) lascia spazio alla contaminazione accidentale delle produzioni biologiche”.
La beffa è che per un decreto ministeriale che vige solo in Italia, “i prodotti che subiscono la contaminazione accidentale a causa dell’uso dei pesticidi da parte dei vicini o per l’utilizzo di acque contaminate non possono più essere certificati e gli agricoltori biologici perdono così anche il plusvalore che deriva dalla vendita di un prodotto bio”.

