Il ruggito del leone, no non quello che rappresenta Viterbo, ma quello del populismo sfrenato. Quello di chi, in barba alla più normale civiltà, si fa beffa perfino della tradizione e trasforma il “Glorioso” trasporto in una macchina trita consensi. Lo spettacolo è servito, per Santa Rosa.
Negli anni si sono avvicendati ministri, onorevoli, presidenti, persino papi, tutti alla corte della Santa. Ma quest’anno gli occhi, più che puntare in alto verso la Santa, erano puntati su di lui, Matteo Salvini.
Il vicepremier che a Viterbo ha fatto incetta di voti, salvo poi buttarla giù dalla torre senza uno spicciolo in tasca. Ci saremmo aspettati una botta d’orgoglio, ma niente. Si dice che Viterbo sia un po’ la cartina di tornasole della situazione nazionale. Il che preoccupa non poco. E sia chiaro, non è questione di ideologie politiche, è questione di buon senso, di civiltà e, ahimè, di umanità.
E’ la prima volta che sentiamo un vescovo, alla vigilia del trasporto, richiamarci all’unità. Eh sì, perché di solito a Viterbo, per Santa Rosa, “semo tutti d’un sentimento”. Ma quest’anno no, quest’anno era diverso. Perché se la festa di una città si trasforma nella festa dell’uomo solo al comando (ci perdoneranno Di Maio e Conte), allora non “semo tutti d’un sentimento”. C’è chi non ha apprezzato sentire, al passaggio di Gloria, inni in nome di Salvini, né tanto meno quelli inneggianti il ritorno al fascismo.
Rosa era una giovinetta, respinta dalle Clarisse, che si oppose ai soprusi dell’imperatore Federico II in favore del Papa. Che dedicò la sua breve vita alla carità verso poveri ed infermi.
Allora c’è da chiedersi: l’odio e il razzismo che imperversano in città, la paura del “diverso” che ormai è inconsciamente parte di noi, cosa hanno a che fare con Santa Rosa?

