di Cristian Coriolano
A scorrere le note dei più autorevoli commentatori della carta stampata, Salvini alza la posta con il Quirinale perché mette nel conto di tornare alle urne. Anche Berlusconi affiancherebbe questa scelta del leader leghista, forse con la speranza di riaprire i giochi in virtù della sua riabilitazione giudiziaria.
Mattarella, in questo quadro, dopo aver bloccato il rischio di un Esecutivo troppo sbilanciato in senso antieuropeistico, non avrebbe altra soluzione da proporre se non quella di sciogliere le Camere. L’estate vedrebbe all’opera un governo del Presidente, bocciato dalle Camere, impegnato a spegnere l’incendio prevedibile della speculazione finanziaria, mentre i leader di partito si concentrerebbero sulla formazione delle liste.
E poi? Poi, secondo questa ricostruzione, come d’incanto si avrebbe nuovamente lo scenario che ha caratterizzato la campagna elettorale ultima, con il centrodestra unito e il M5S rinverginato nella sua identità antisistema, entrambi affratellati dalla medesima aspirazione a liquidare il Pd e quel che resta del centrosinistra.
Uno scenario surreale. Gli italiani dovrebbero far finta di credere che nulla sia successo, ovvero che Lega e Cinque Stelle non abbiano tentato di fare un governo – ne parliamo al passato ma costituisce comunque l’ipotesi ancora in piedi – con la volontà di stracciare il passato e fondare la “Terza Repubblica”. Con quale credibilità, ci domandiamo, gli attori di questa improvvida avventura parlerebbero agli elettori?
La realtà è che nello scontro con il Quirinale a rimetterci è Salvini. Ha persino concesso al suo alleato di assumere un profilo moderato: con Di Maio si palesa la figura di un vispo nipotino di Antonio Gava (anche se, a dirla tutta, la famiglia Gava fu artefice della dura battaglia democristiana contro il populismo del Comandante Lauro). Grazie a Salvini i grillini hanno perso in queste settimane il loro corrucciato approccio liquidatorio, malamente avverso a tutti e a tutto, per entrare nella dimensione di un nuovo “Codice da Vinci” del potere.
Dunque, Salvini può anche fare la voce grossa e minacciare fuoco e fiamme, ma il suo reale spazio di manovra si è ridotto. La fermezza di Mattarella lo ha messo con le spalle al muro. Fuggito a Milano, quasi a sancire la sua personale “marcetta” neo-mussoliniana contro l’establishment, deve preoccuparsi di tornare a Roma e piuttosto in fretta. In ballo è proprio il suo futuro politico. Se prova a gettare l’Italia nel caos, anche i suoi elettori della galassia del nord avrebbero motivo, come minimo, di nutrire forti perplessità.