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Home » Cultura » Quella volta che Gigi Daga si imbattè nei sequestratori di Moro

Quella volta che Gigi Daga si imbattè nei sequestratori di Moro

19 Maggio 2018

di Angelo Allegrini

In occasione del quarantesimo anniversario della morte, continua il ricordo di Aldo Moro. Stavolta lo facciamo attraverso un riepilogo delle occasioni che hanno collegato Viterbo e il suo territorio con la vicenda del sequestro dello statista e, più in generale, del terrorismo di sinistra.

Escludendo l’episodio arcinoto di Gradoli, sul quale non vale la pena di ritornare, in verità si può dire che i collegamenti con la nostra città furono numerosissimi. La gran parte di essi è costituita da segnalazioni, rintracciabili nel fondo ministero dell’interno conservato in Archivio centrale dello Stato, nell’archivio Andreotti presso l’Istituto Sturzo e nelle carte della Questura versate nell’Archivio di Stato di Viterbo; lettere scritte da mitomani, talvolta per cercare di arrecare danno a qualche conoscente sgradito o anche autentici tentativi di fornire aiuto alle ricerche condotte dalle forze di polizia ma, anche, testimonianze di episodi significativi.

Uno dei più importanti documenti che collegano Viterbo al terrorismo è costituito dall’appunto segretissimo firmato dal dirigente della Digos di Roma, Domenico Spinella, datato 27 settembre 1978.

Secondo le informazioni di questo appunto, dalle indagini condotte sull’omicidio sarebbe risultato che uno dei fucili delle B.R.  proveniva dalla rapina perpetrata nel 1977 ai danni dell’armeria Bruni di Pianoscarano per la quale venne condannato come basista il noto libraio viterbese Consalvi, mentre le munizioni usate nel sequestro provenivano “da un deposito dell’Italia settentrionale le cui chiavi sono in possesso di solo sei persone“.

La Commissione di inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni ha accertato che l’appunto, scritto in verità con linguaggio omertoso, non era altro che un clamoroso depistaggio, confezionato con lo scopo di deviare l’attenzione degli inquirenti verso la pista di una associazione ancora segreta e, quindi, protetta come Gladio – Stay Behind, che si serviva di depositi interrati e nascosti, i Nasco; un depistaggio che doveva coprire in questo modo il traffico di armi  attivo tra Servizi italiani, ‘Ndrangheta, palestinesi e terroristi internazionali tra cui erano annoverate anche le Brigate Rosse.

Un altro avvenimento rilevante fu senz’altro l’avvistamento, il 21 marzo 1978, di terroristi della R.A.F., da parte dell’allora quindicenne, oggi maresciallo dei Carabinieri, Roberto Lauricella; scendendo dalla allora Scuola Allievi Sottufficiali verso Viterbo, all’altezza della doppia curva prima di Via S. Maria in Gradi, la sua attenzione venne catturata da due autoveicoli con targa tedesca, un pullmino Hanomag Henschel ed una Mercedes, che avevano rallentato l’andatura fino a quasi fermarsi. Lauricella vide aprirsi brevemente lo sportello della vettura e vi scorse una persona con una Maschinepistole Schmeisser MP40 tra le gambe, da lui riconosciuta in quanto appassionato di storia militare. Il ragazzo avvisò immediatamente la Questura segnalando la targa del primo veicolo (PAN-Y 521) ma, nonostante l’attivazione di “volanti”, Polizia stradale, Squadra mobile e Digos, la ricerca non ebbe esito e solo due mesi dopo vennero ritrovate durante una perquisizione da parte della polizia tedesca, in una tipografia sospetta collegata a terroristi, ad Hebertsfelden, le targhe bruciate del pullmino.

Il sei gennaio 1979 furono invece l’ex sindaco di Tarquinia e futuro consigliere regionale Luigi Daga e un cameriere della pizzeria di “Giulio” alla “Gabbia del Cricco” in Via Raniero Capocci, Marcello Lupattelli, ad avere un contatto ravvicinato con sospetti terroristi.

Secondo Daga, tre avventori della pizzeria, due uomini e una donna, confabulando avevano fatto cenno a Via Fani, all’aver dormito una notte in Via Gradoli ed uno di essi aveva anche caricato “una pistola a tamburo inserendovi tre o quattro colpi”; anche Lupattelli asserì che uno dei due uomini aveva inserito delle cartucce “nel tamburo di un revolver”.

I tre sospetti si allontanarono poi su una vettura con targa risultata poi contraffatta e Daga si recò immediatamente presso la vicina sede del PCI in via Marconi dove il segretario Quarto Trabacchini chiamò telefonicamente il dirigente della Squadra Mobile, dott. Santaniello.

Anche in questo caso, non appena inoltrata la segnalazione sopraggiunse una Volante e vennero coinvolti anche Carabinieri e Polstrada, nonché Digos di Roma, ma nonostante gli identikit i tre non vennero mai identificati.

Un altro carteggio interessante che coinvolge il nostro territorio riguarda invece il tema dell’enigmistica e della ricerca di possibili significati nascosti nelle parole scritte da Aldo Moro, celati attraverso anagrammi di frasi particolari.

Anche questo tipo di traccia investigativa, a differenza di quanto è apparso di tanto in tanto nella pubblicistica degli ultimi quaranta anni, non solo venne tenuta in opportuna considerazione, ma anche vagliata con accuratezza dagli inquirenti come risulta nelle carte all’interno dell’Istituto Sturzo nonché in alcuni fascicoli della locale Questura conservati in Archivio di Stato di Viterbo.

Il 19 maggio 1978 Arnaldo Squillante, capo di gabinetto del Ministero dell’Interno, trasmise infatti al Presidente Giulio Andreotti una relazione riguardante l’analisi crittografica espletata dal SIOS Marina allo scopo di verificare “la possibilità che l’on. Moro abbia  inserito, in qualche modo o forma, un messaggio occulto nelle sue lettere“. Al suo interno vi si può leggere, fra l’altro, che non si è però provato ad anagrammare frasi superiori alle 6-8 parole, perché “i risultati, anche se possibili, sarebbero stati completamente inattendibili” e che, pertanto, “nessuna delle analisi effettuate ha dato un risultato positivo o comunque dubbio. Non si ritiene quindi di segnalare alcun punto o fenomeno di particolare interesse. Resterebbero teoricamente molte altre prove da fare ma sono ormai solo quelle estremamente improbabili“.

Due appunti, praticamente coevi, datati 13 e 19 maggio 1978 all’interno del fascicolo del fondo Questura di Viterbo, attestano come, nell’ipotesi che l’on. Moro intendesse inviare un messaggio nascosto, venne posta attenzione su un certo passo e come anagrammando i nomi di diversi uomini politici citati nello stesso periodo venisse restituito il seguente pensiero: “A bordo – sul bordo (Bodrato) – Granelli (Granelli) – massi (Misasi) – giù (Gui) – massi (Misasi) – Granelli (Granelli) – vaga (Gava) – nel lago (Gonella)“. Nella specie, uno degli appunti supponeva che il luogo di prigionia potesse essere un lago con massi e sabbia e che il lago in questione potesse essere il lago di Vico perché Moro, nella lettera, aveva definito come “umanista” l’on. Gonella. L’ipotesi venne presa in seria considerazione visto che già il 14 maggio forze di polizia viterbesi guidate dal dott. Aldo Scognamiglio compirono un’ispezione “della proda del lago, al fine di accertare la natura della sabbia e l’esistenza di massi“.

L’accertamento dette esito negativo e non vennero reperiti elementi utili alle indagini ma nondimeno la pista non venne sottovalutata.

[Continua]

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