di Cristian Coriolano
Un patto di ferro? Non è detto. Di Maio e Salvini hanno di fronte il deserto: attraversarlo non sarà facile. Non basta accordarsi sul governo, magari rinviando fino all’ultimo la scelta del premier, se manca una visione di fondo. “Ci deve pur essere una ragione – diceva Moro – per cui ci si costituisce in potere e il potere si esercita”. Ancora questa ragione non si vede.
Si fa sfoggio di forza e sicurezza. La piattaforma Rousseau, per questo, ha sfornato un rotondo 94 per cento di sì all’accordo con i leghisti. Probabilmente i leghisti ricambieranno con altrettanto fervore nella giornata dei gazebo verdi. E poi? Poi sarà interessante, per capire la logica di questa alleanza di populisti e sovranisti, come si presenterà il progetto al Capo dello Stato. Finora è prevalsa l’immagine di una convergenza determinata da un’ambizione di potere.
Ciò nondimeno, con tutte queste limitazioni, l’alleanza dei semi-vincitori del 4 marzo vuole avere un respiro adeguato alle ambizioni. Nel contratto si legge che le parti sottoscrivono l’impegno a non ostacolarsi sul territorio. Nei primi anni ‘70 divenne famoso il “Preambolo Forlani” che implicava per i partiti di governo l’estensione del patto di centrosinistra alle giunte locali. Ai socialisti, in particolare, si chiedeva di abbandonare la prassi del doppio incastro: con la Dc al governo nazionale, con il PCI in molte giunte regionali e locali.
Al momento il nuovo Preambolo Di Maio-Salvini appare più labile. Tuttavia, strada facendo, potrebbe acquisire quella cogenza non ancora prevista dagli estensori del contratto di governo. Un conto è astenersi infatti dal mettere in difficoltà l’alleato, perché nel breve ciascuno ha busogno di conservare una certa continuità di condotta nella politica territoriale, altro sarà domani la prefigurazione di un organico quadro di collaborazione, al centro e in periferia. La traiettoria evidentemente è segnata.
All’orizzonte si affaccia un processo di scomposizione dei vecchi equilibri che, nel bene e nel male, hanno segnato per oltre vent’anni gli assetti politici e amministrativi delle cento città d’Italia. Già nei ballottaggi del prossimo giugno avremo le avvisaglie di questa evoluzione nient’affatto banale. Con l’avvento di una nuova maggioranza parlamentare e di una nuova compagine governativa, il centrosinistra e il centrodestra possono andare incontro al loro disarmo. Il fronte dell’opposizione, al quale si è iscritto d’ufficio lo stesso Berlusconi, è obbligato a prenderne atto. E pure in fretta.